5 APRILE 2015:
Santa Pasqua (Gv 20,
1-9)
L’evangelista
Giovanni ci presenta un racconto pasquale molto schematico perché, come scrive
il Ricciotti, presuppone la conoscenza dei resoconti dei Sinottici e vuole
precisare solo alcuni punti avendo l’autorità del testimone oculare. Maria
Maddalena, la discepola fedele di Gesù, è la protagonista principale di questo
racconto e anche i Sinottici la mettono sempre per prima nell’elenco delle
donne che vanno al sepolcro.
Per San Giovanni , Maria Maddalena è la prima donna a trovare la tomba vuota e,
successivamente, ad avere la prima apparizione del Risorto.
La spiegazione della sua solitudine, secondo alcuni esegeti, è nel fatto che
Maria, avendo fretta di andare al sepolcro, ha lasciato il gruppo delle pie
donne che si erano fermate ad acquistare gli unguenti ed è arrivata alla tomba
“quand’era ancora buio”. Non è una stranezza che i negozi fossero aperti a
quell’ora: la giornata lavorativa iniziava al canto del gallo e i commercianti,
che spesso dormivano nelle loro botteghe o in un locale attiguo, erano sempre
disponibili per i loro clienti.
Maria corre da Pietro e gli comunica
l’apparente tragedia della scomparsa del corpo di Gesù. L’intervento di Pietro e Giovanni per la storia del Cristianesimo è un momento
fondamentale e ha il suo culmine nella frase ”Vide e credette “. I due
verbi hanno come soggetto Giovanni che entra nel sepolcro dopo Pietro,
riconoscendogli l’autorità di Capo della comunità. Giovanni vede
il sudario e le fasce che ricoprivano il corpo di Gesù e dopo questa
visione gli si chiariscono tutti gli avvenimenti che avevano preceduto quel
momento e crede.
Cos’è che gli ha dato tale certezza? Don
Antonio Persili ha scritto un interessante saggio su questo fatto che
approfondisce la traduzione di alcuni
termini greci del Vangelo di Giovanni.
La Vulgata e l’attuale traduzione cattolica italiana traducono sempre
con il verbo “vedere” i tre verbi greci
che San Giovanni usa nel testo: versetto 5, blépei (constatare con
perplessità), versetto 6, theorei (contemplare), versetto 8, eiden (vedere pienamente). Il
participio passato keimena ,
riferito alle fasce che stringevano il lenzuolo che avvolgeva il corpo, viene
tradotto con ”per terra”, mentre don Antonio ritiene che più corretto sarebbe
tradurlo con “distese”. Quindi dopo una lunga e accurata ricostruzione della
sepoltura di Gesù, con la precisazione delle varie funzioni dei pezzi di tela
che ricoprivano il cadavere, arriva alla conclusione che ciò che vide Giovanni
e lo fece credere era la Sindone, il
lenzuolo che riporta impressa misteriosamente l’immagine di un corpo.
12 APRILE 2015 II Dom di Pasqua (Gv 20,19-31)
Il brano evangelico di oggi inizia con
le parole“la sera” a significare lo stato d’animo dei discepoli che
stavano vivendo il loro momento di buio incipiente e,nella penombra, erano
incapaci di essere lungimiranti, di riuscire a guardare oltre un palmo dal
nostro naso. Tutte le prospettive future, le infinite potenzialità che il Maestro
aveva dato loro stavano dissolvendosi nel buio del dolore. E’ la sera del primo giorno dopo il Sabato. La parola
ebraica Shabbat proviene dal verbo ebraico shabat,
che significa letteralmente ”smettere” (di compiere alcune azioni). Sabato, inteso nel suo significato
etimologico può indicare anche la conclusione di una fase, la cessazione di un
tempo, di una periodo che si è compiuto. Quindi i discepoli si trovano a dover
affrontare la fine di una fase estremamente importante per la loro vita, dopo l’illusione
di aver trovato il Messia d’Israele e la delusione della sua tragica fine.
Una prima reazione è quella di “chiudere le porte per timore dei Giudei”. A
fronte di qualcosa che non va come avevamo previsto o come desideravamo che
andasse, la tendenza è quella di chiudersi, di proteggersi, di irrigidirsi, di
temere.
All’improvviso “venne Gesù e si fermò in mezzo a loro”e disse: “Pace a voi!”. Il termine “pace”
deriva dalla radice sanscrita “pac” che vuol dire “legare,
unire, saldare”. Con questo augurio Gesù volle
infondere coraggio ai suoi
discepoli per non separarsi, per resistere e tenere in piedi quella comunità che si era formata! Il primo
incoraggiamento che Gesù dà per non mandare tutto all’aria è mostrare le mani e
il costato per far fare ai discepoli memoria storica di tutto il percorso
fatto. Tutto quello che hanno visto e vissuto c’è stato veramente e quei segni
rappresentano una prova, una tappa che ha chiuso una fase del cammino che ora
devono proseguire in un modo nuovo. Ancora una volta Gesù cerca di incoraggiare
i discepoli dicendo loro di rimanere saldi, di non sgretolarsi. La frase “Come
il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” invita i discepoli a continuare
l’opera di Gesù, ad insegnare agli altri uomini l’ABC della Vita vera, ad
imparare a leggerlo e a metterlo in
pratica . Quindi alita su di loro lo Spirito della Vita, la più grande eredità
che Gesù lascia ai suoi discepoli! Gesù
trasmette loro quella fiamma che ardeva in lui
e che serve per poter compiere la
Missione.
Il compito dei Ministri della comunità ecclesiale è quello di rimettere sulla buona strada chi ha difficoltà a procedere incontro a Dio
(etimologicamente la parola “peccatore”viene dal termine latino Peccus=difettoso
nel piede e che, pertanto, fa fatica a camminare).
Il discepolo Tommaso rappresenta quella
parte del’umanità che non si
accontenta delle parole, del razionale,
del simbolico ma ha bisogno dei fatti, ha bisogno del fenomeno vivo, ha bisogno
del contatto diretto, del contatto corpo a corpo. Per questo Tommaso, detto
Didimo (fratello gemello), non si accontenta di quello che gli altri discepoli
gli dicono ma per credere ha bisogno che Gesù entri in contatto diretto con
lui.
19 APRILE 2015 III Dom di Pasqua (Lc 24,35-48)
Secondo
l’evangelista Luca Gesù compie la terza apparizione a Gerusalemme e ha i
discepoli come destinatari. Dopo il saluto
ebraico “Shalom” (Pace), Egli intende allontanare dai suoi amici
qualsiasi dubbio riguardante la Sua presenza. Nel versetto 36 troviamo le
parole “Gesù in persona”. Nel
Cristianesimo la persona è considerata
un composto inestricabile di materia e
di spirito, di corpo e di anima per cui non poteva trattarsi di uno
spirito, di un fantasma.
Non è un fantasma, come le circostanze portavano a credere. Gesù sottolinea la
sua presenza corporale in “carne e ossa” e, per provare la piena funzionalità
del Suo corpo, chiede qualcosa da mangiare. Gesù, in tutti i suoi incontri (non ci conviene più chiamarli “apparizioni”)
dopo la Resurrezione, condivide il cibo con i Suoi, al punto che lo stesso
Pietro nel kérygma afferma: ” … a noi che abbiamo mangiato e bevuto
con Lui dopo la Sua resurrezione dai morti” (At, 10,41), dando al fatto di
essere stati a mensa con Lui la garanzia di attendibilità come testimoni.
Questo incontro si conclude con il discorso di Gesù che, dopo aver interpretato la Pasqua alla
luce delle Sacre Scritture, parla della
missione della Chiesa che, sostenuta dallo Spirito Santo che sta per venire,
deve salvare tutti gli uomini, invitandoli alla conversione per il perdono dei
peccati.
26 APRILE 2015 IV Dom di Pasqua (Gv 10,11-18)
Il testo di oggi ci presenta un altro momento
della rivelazione che Gesù fa di sé.
Egli continua ad usare l’espressione “Io
sono”, la stessa con cui Dio si presentò a Mosè e che frequentemente ritorna
nel quarto Vangelo. Il compito di bel
pastore che sta svolgendo il Signore Gesù è la realizzazione della promessa che
Dio fece al suo popolo che aveva delle guide corrotte al tempo del profeta
Ezechiele (cap. 34), quella che in futuro Lui sarebbe divenuto il vero pastore.
Nella civiltà ebraica del I sec. d.C. era molto evocativo parlare di pastori e
di greggi poiché tutti conoscevano il particolare rapporto di fiducia e di
rispetto che hanno le pecore verso il pastore e di affetto e protezione che ha
il pastore verso ogni pecora. Il Buon Pastore conosce ogni singola pecora, con
l’intensità con cui Egli conosce il Padre e
il Padre conosce Lui. Il verbo conoscere in ebraico esprime una profonda
relazione d’amore, che rende unico e irripetibile l’uno per l’ altro. Gesù
aggiunge : “Io do la mia vita per le mie pecore”.Possiamo interpretare questa
frase in due modi. Il primo è in riferimento al sacrificio della Sua vita sulla
croce in nostro favore, come il pastore
che espone se stesso per salvare le pecore dai predatori. Il secondo
interpreta il “dare la vita” con “il vivere occupandosi costantemente di
qualcuno”.
Chi
si affida a Gesù sa che non sarà mai lasciato solo, che non perderà la propria
vita e che c’è un ovile sicuro dove avrà tutto ciò di cui ha bisogno.